quarantine+ (pattern aggiornato)

È lo stesso modello del precedente, ma ottimizzato con l’aggiunta della striscia porta ferretto per il naso. Il ferretto è ricavato dalla chiusura delle confezioni di gallette di mais, che avevo già in casa, ma si può provare a ritagliarlo dalle lattine delle bevande, tipo birra (grazie a Ursa per il consiglio). La striscia si piega e si cuce verso l’interno con ago e filo, lasciando i due lati corti aperti: in questo modo il ferretto si può inserire ed estrarre per le operazioni di lavaggio e sterilizzazione della parte in maglia.

Già che c’ero — ho stramaledettamente molto tempo da dedicare ai dettagli — ho affinato la spiegazione e ottimizzato il passaggio delle diminuzioni ad aghi sospesi.
Felici, post-atomici, smacchinamenti.

[novità] scarica qui sotto la versione in inglese (ringrazio di cuore Alessandrina Costa che mi ha aiutata nella traduzione, da Boston, dove vive).
Attenzione dunque a creare le mascherine DIY attenendosi sempre alle regole igieniche più indicate: lavarsi bene le mani, lavare le mascherine ad alta temperatura, svaporare e lasciare asciugare su piani disinfettati con alcool. Disinfettare anche gli strumenti che si maneggiano e, una volta indossata, non toccare la mascherina con le mani.
Aggiungo dinuovo qualche link utile:
· qui il video dell’Oms dove è spiegato come si indossano le mascherine;
· qui lo studio comparativo sui materiali filtranti DIY;
· qui un articolo sulla riconversione delle aziende italiane, dall’abbigliamento alle mascherine chirurgiche sanitarie.

quarantine 2020, le mascherine diy

La vera buona notizia, che sto ascoltando dalla radio in questo istante mentre scrivo, è che diverse aziende in Italia stanno riprendendo la produzione delle mascherine di protezione, arrestata già da diversi anni a causa della concorrenza del mercato asiatico.

Nell’attesa che i dispositivi ufficiali tornino reperibili negli scaffali delle farmacie, pubblico la mia versione di mascherina DIY: è in maglia vanisé, con il lato dritto in cotone (a contatto con la pelle) e il lato rovescio in lana. Con il lavaggio e lo strofinamento ad alta temperatura la maglia s’infittisce — oltre a sterilizzarsi — grazie alla capacità infeltrente della lana. Per aumentare maggiormente l’efficacia, la mascherina è a doppio strato, con un’apertura per l’eventuale inserimento di un velo di TNT usa-e-getta. Grazie a questa ‘tasca’ che contiene il materiale filtrante, la mascherina si può realizzare anche in solo cotone, pensando ad una versione per le stagioni più calde.

A tal proposito, segnalo uno studio comparativo sull’efficacia dei materiali di filtraggio delle mascherine fai-da-te, quelle cucite: pare che il top siano il tessuto di rivestimento dei cuscini antiacaro, il jersey delle T-shirt perché si adatta bene al viso, o il cotone degli straccetti da cucina, in quanto morbido e fitto. In doppio strato.

Qui invece si trovano importanti suggerimenti dell’OMS su come indossare la mascherina chirurgica.

E perché tutto ciò abbia un minimo di senso, è comunque bene mantenere il protocollo igienico suggerito di restare a casa il più possibile, lavarsi le mani, non toccarsi il viso, non sputacchiarsi addosso, ecc.. Inoltre, dopo l’utilizzo — che non deve superare le tre ore di tempo — le mascherine DIY vanno lavate a 90° (presumo che una bella svaporata di ferro finale dovrebbe toglierci ogni dubbio).

non gettiamo la spugna!

Da un paio di anni ho scoperto come evitare di acquistare le spugne in plastica usa-e-getta per lavare i piatti: creandone di mie, in maglia, con del filo grosso di cotone colorato o naturale per alimenti. Dopo alcune prove, il punto prescelto è il classico legaccio che, con la sua struttura ‘molleggiante’, rende la superficie del panno solcata da rilievi, resistente, morbida ed elastica. Tant’è, consiglio di usarle anche per lavare viso e corpo, magari scegliendo cotoni più morbidi, aumentando il formato e creando un’asola (una doppia-catenella all’uncinetto) per poterle appendere ai gancetti del bagno.
In alto i ferri dunque!, nel tentativo di ridurre la plastica dal nostro quotidiano.

• ferri n.3 mm
• ago da maglia
• cotone grezzo naturale da 50 gr per 40m
• punto legaccio
• cuciture invisibili

per la versione grande con asola:
• cotone grezzo naturale 100 gr/80m
• uncinetto 2,5/3 mm
• catenella doppia

  1. avvia 16 maglie, lasciando un pezzo di filo lungo circa 3 o 4 volte il lato lungo della spugna (circa 50 cm vanno più che bene) e lavora a legaccio un rettangolo di maglia, per circa 98 giri. Alla fine lascia le maglie aperte sul ferro e una coda di filo circa 3-4 volte la lunghezza della somma dei due lati della spugna. Fai in modo che la codina d’inizio e quella finale si trovino nello stesso lato (vedi lo schema).
  2. piega a metà il rettangolo ottenuto e cuci dapprima il lato lungo, utilizzando il filo lasciato all’inizio. Chiudi con una cucitura invisibile — come illustrato qui sotto — e intreccia la codina di filo che avanza, per fermarla.
    Chiudi anche i rimanenti due lati, utilizzando l’altro pezzo di filo. Se vuoi fare anche l’asola, prima di intrecciare l’avanzo della seconda codina (un po’ più lungo), con un uncinetto esegui una catenella doppia.

la mia prima volta (con un CAD parametrico)

premessa
Valentina e Seamly2D sono due software open source gemelli, dedicati al disegno del cartamodello: precisamente il secondo è nato da una costola del primo, dopo la definitiva separazione dei due soci fondatori, l’americana Susan Spencer (addetta alle relazioni pubbliche) e l’ucraino Roman Telezhinsky (lo sviluppatore software).

There are now two projects that share the proverbial 99% of code base: 1) original Valentina project, forked by its founder Roman Telezhinsky, 2) Seamly2D, managed by Valentina’s other founder, Susan Spencer.” (Alexandre Prokoudine in questo articolo)

Io ho preferito lavorare su Valentina per comodità, avendo già installato nel mio computer una vecchia versione, recentemente aggiornata all’ultima. Da un punto di vista utilitaristico forse ho fatto inconsapevolmente la scelta migliore, perché lo sviluppatore di Valentina pare stia continuando a migliorane il codice, mentre Seamly2D sarebbe rimasto fermo alle traduzioni della versione ucraina. Staremo a vedere.

il corso
Tornando alle mie esperienze, ad ottobre ho partecipato al corso Cartamodelli digitali con Seamly2D/Valentina, tenuto a WeMake dalla maestra Sara Savian, la mia complice nei progetti di formazione in ambito moda (DigitalFashion).

Dove finalmente ho infranto un mio tabù personale su questo programma, abbastanza ostico da approcciare da autodidatta, come invece è mia abitudine fare.

È ostico perché la modellistica, il progetto del cartamodello, è un tema complesso: richiede solitamente anni di studi approfonditi in scuole costose, dove si impara, in poche parole, a vestire svariate tipologie di corpi umani, ridisegnandole stese su un piano bidimensionale (il tessuto).

Per farla breve, occorre acquisire un sistema elastico di regole, adattabile a molteplici variabili. Con tutte le implicazioni culturali che l’abito rappresenta. Ecco perché non esiste un sistema universale, ma una moltitudine: ogni scuola adotta e sviluppa il proprio metodo, con la pubblicazione di manuali più o meno aggiornati e ricercati.

Elenco dei sistemi di modellistica disponibile nelle preferenze del programma

Superato il timore reverenziale verso la modellistica — mitigato dal fatto che, in fondo, i cartamodelli per la maglia sono più semplici di quelli per il tessuto — ho imparato finalmente ad usare Valentina. Riscoprendolo come un software abbastanza intuitivo, ma soprattutto utile ai miei progetti maglifici… più di quel che immaginassi prima del corso.

Valentina non solo mi permette di disegnare in vettoriale, cosa che già facevo con Inkscape e Illustrator, ma anche di avere ogni tratto e curva misurabili e riconducibili al mio sistema di taglie. Perché il programma è quel che si dice un CAD parametrico: se per esempio cambio la misura dello scalfo, in automatico si modificherà anche la dimensione della manica, disegnata a parte ma collegata al tutto. Se imposto una taglia differente, in un solo clic cambierà tutto il cartamodello, in ogni suo singolo pezzo. Eccetera.

Ecco perché, a mio avviso, la parte più impegnativa è impadronirsi del linguaggio della modellistica e compilare delle tabelle-taglie il più organizzate possibile (in realtà, per fare questo Valentina contiene in sé degli strumenti che ti suggeriscono le misure del corpo da tenere in considerazione).

il prototipo
Dunque, il primo lavoro che ho realizzato dopo il corso, visibile in queste foto, è stato il progetto perfetto per iniziare: una cappa minimale dai contorni geometrici, ideata da Maryana Pyetsukh (ucraina anche lei!), studentessa in fashion design alla Naba di Milano. Siccome è ancora un progetto in corso d’opera, non posso raccontare molto di più, ma mi riservo di farlo in un articolo prossimo futuro, sempre con il suo consenso.

Per il momento passi la mia grandissima soddisfazione nell’aver messo in pratica gli insegnamenti della maestra Sara Savian, disegnando il protipo col software open source Valentina Cad. Open source, gratuito e multipiattaforma: chiunque può installarlo nel proprio computer e cominciare ad usarlo.

nuova creatura

The Pusher, nata da un filo di Denim Jeans made in Valsesia (Terra Santa), tinto indaco, un po’ smacchinato, un po’ sferruzzato e cucito rigorosamente a mano (foto infime da cellulare ma pazienza). È anche il primo vero progetto uscito dalla mia nuova Brother KH270 per filati bulky/chunky. (Cin cin!)